CCNL senza la maggiore rappresentatività a rischio efficacia

Solo i contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, integrano la disciplina di legge, prevista per alcune tipologie contrattuali.

Questo l’aspetto più rilevante che emerge dalla circolare n. 3/2018, con la quale l’Ispettorato nazionale del lavoro (INL) si sofferma sulle conseguenze della mancata applicazione di detti contratti.

Il DLgs. n. 81/2015, che racchiude la disciplina delle principali tipologie contrattuali, prevede per alcune di esse numerosi rimandi alla contrattazione collettiva, alla quale è assegnato il compito, sovente in via principale, di regolamentarne in modo specifico e in funzione del settore di appartenenza alcuni aspetti. Si pensi a quanto precisato dall’art. 13 comma 1 sul lavoro intermittente o alla possibilità di determinare diversi limiti quantitativi dei contratti a tempo determinato, ai sensi dell’art. 23, oppure ancora al ruolo centrale che la contrattazione collettiva riveste in materia di apprendistato, secondo quanto stabilito dall’art. 42 comma 5.
Peraltro, come sottolineato dalla stessa circolare, l’art. 51 precisa che, salvo diversa previsione, ai fini di quanto previsto dal decreto stesso, per contratti collettivi si intendono i contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e i contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria.

Secondo l’INL, quanto affermato dalla norma determina un corollario che appare, a parere di chi scrive, dirompente in quanto, “laddove il datore di lavoro abbia applicato una disciplina dettata da un contratto collettivo che non è quello stipulato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, gli effetti derogatori o di integrazione della disciplina normativa non possono trovare applicazione”. In altre parole, come sottolineato dalla circolare, gli interventi di contratti privi del requisito della maggiore rappresentatività in termini comparativi non hanno alcuna efficacia.

Di tutta evidenza le conseguenti ricadute. In alcuni casi, come per i limiti quantitativi dei contratti a tempo determinato o per i contratti intermittenti, ove non vi sia nel contempo il rispetto dei presupposti previsti dalla legge, che opera in via sussidiaria, si può arrivare, sul piano ispettivo, anche alla riconduzione dell’intero rapporto lavorativo nell’ambito della forma comune di rapporto di lavoro, ossia il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
Inoltre, come ricordato dall’Agenzia ispettiva, non va dimenticato che l’ordinamento riserva l’applicazione di determinate discipline subordinatamente alla sottoscrizione o applicazione di contratti collettivi dotati del requisito della maggiore rappresentatività in termini comparativi.

La circolare n. 3 richiama alcuni aspetti che possono avere un diretto rilievo sul piano ispettivo.
Innanzitutto, non potranno avere valore alcune eventuali deroghe alle disposizioni di legge e relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali, previste dai contratti c.d. di prossimità, stipulati ai sensi dell’art. 8 del DL n. 138/2011 da soggetti non legittimati a tale finalità.

Allo stesso modo, solo l’applicazione di contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale potrà dare il diritto ai datori di godere di tutti i benefici normativi e contributivi previsti dalla legge, in ragione dell’art. 1 comma 1175 della L. 296/2006. Infatti, i benefici previsti dalla normativa in materia di lavoro e legislazione sociale sono subordinati, oltre che dal possesso, da parte dei datori di lavoro, del documento unico di regolarità contributiva, anche dal rispetto degli altri obblighi di legge e degli accordi e contratti collettivi nazionali nonché di quelli regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Infine, si ricorda come lo stesso calcolo della contribuzione dovuta per legge sia determinato usando come parametro per individuare i minimali imponibili proprio quanto previsto dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Tale impostazione deriva dal combinato disposto degli artt. 1 comma 1 del DL 338/1989 e 2 comma 25 della L. n. 549/1995, in base ai quali la retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi di previdenza e di assistenza non può essere inferiore all’importo delle retribuzioni stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale.
In caso di pluralità di contratti collettivi intervenuti per la stessa categoria, la retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi è quella stabilita dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative nella categoria.

07/02/2018

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